Secondo una vox populi, la prima cura d’anime a Orsago sarebbe stata affidata ai Benedettini, presenti sul luogo fin da tempi remoti.
Lo storico Pier Angelo Passolunghi, studioso dei monasteri della Marca Trevigiana, documenta la presenza benedettina tra Codognè, Godega e Cordignano, dove furono realizzate grange (masserie) e opere di bonifica su terreni concessi dai signori Caminesi. È quindi plausibile che anche Orsago rientrasse in quest’area di influenza, come suggerisce la stessa tradizione popolare.
Nel borgo Pavia, il nucleo più antico di Orsago, si conserva un edificio con logge che richiama da vicino le tecniche costruttive delle corti benedettine padovane.
Purtroppo, l’incendio dell’archivio parrocchiale nel 1748 ha cancellato molte testimonianze dirette ma restano indizi significativi: la dedicazione della chiesa parrocchiale a San Benedetto e la memoria di un luogo sacro dedicato a San Gallo, altro santo benedettino, menzionato in un atto del 17 agosto 1533 – “in regulatu Ursagi in contrata ubi dicitur Sancto Gallo” –, scoperto dallo storico Giovanni Tommasi. Secondo Tommasi, questa chiesa – pur con le dovute cautele – potrebbe essere identificata con un edificio ormai scomparso situato in via Pizzutti, dove in passato sono stati rinvenuti frammenti architettonici di arte sacra, tra cui un mattone recante l’epigrafe “Jesus Xristos” incisa in latino e greco, probabile espressione di un ambiente colto e monastico.
La chiesa parrocchiale
L’attuale chiesa seicentesca, in stile barocco classico, secondo don Marcello Favero, nel suo manoscritto Cronistoria di Orsago, fu la trasformazione di un edificio più antico, forse di scuola toscana. Sopra la sagrestia e nella soffitta si conservano infatti elementi architettonici riconducibili all’antica chiesa medievale, tra cui una serie di lesene con capitelli tuscanici, mensole in pietra scolpita con bassorilievi a sostegno delle capriate, e frammenti di cornici.
Una prima chiesa, dotata di benefici e di un proprio rettore, esisteva già nel XIV secolo. Ne dà conferma un catastico dei beni di questa chiesa datato 3 marzo 1400, che riporta: “Sub Logia comunis Ursaghi in plena regula cun Presbiter Jacobus q.am Simonis de Colle et nune Rector et gubernator ecclesia”, attestando così la presenza di una rettoria già in quell’anno, retta dal reverendo Giacomo, figlio del fu Simone da Colle.
L’orientamento della chiesa attuale verso est, secondo l’antica consuetudine medievale versus solem orientem, conferma la preesistenza di un edificio sacro, probabilmente a navata unica, con piccolo presbiterio e cimitero adiacente.
Nel Cinquecento, l’edificio fu ampliato per accogliere la crescente popolazione: le nuove pareti, arretrate di poco rispetto alle precedenti, inglobarono le antiche strutture, che divennero sede degli altari laterali.
Di queste cappelle, nella soffitta, sono ancora visibili le arcate con decorazioni in bassorilievo.
Nella parte terminale della chiesa, dove si presume sorgesse il battistero, si trovava forse l’affresco con l’angioletto che porta la Croce, oggi visibile all’interno del confessionale, sulla sinistra rispetto all’ingresso attuale.
Una delle prime cappelle laterali, dedicata a Maria Santissima, fu fatta erigere nel 1519 da ser Bartolomeo Botignol.
La chiesa attuale è dunque una “copertura” barocca – XVII secolo – dell’edificio precedente, arricchita nel corso del XVIII secolo da decorazioni a fresco inizialmente attribuite alla scuola del Tiepolo e successivamente ricondotte a Giambattista Canal.
Per saperne di più
Qui un video, realizzato da Bags4Dreams nell’ambito del progetto Le vie degli Artisti, dedicato alla pala raffigurante i Santi Rocco e Sebastiano.
La chiesa di San Pancrazio in Bavaroi
La chiesa di San Pancrazio, situata in località Bavaroi, è considerata una delle più antiche del paese, forse la prima parrocchiale, e conserva un fonte battesimale rudimentale. Fu probabilmente retta in origine dai Benedettini ed è documentata in un registro del Settecento che descrive entrate e spese per il culto.
Com’è noto, anche sulla sinistra Piave, i primi edifici cristiani delle campagne furono spesso proprio piccole chiese con funzione battesimale, utilizzate per accogliere i neofiti e per svolgere la liturgia.
Non è possibile datarla con precisione a causa dei numerosi restauri e ampliamenti subiti nel tempo ma alcuni affreschi oggi perduti – scoperti dietro l’altare durante i lavori degli anni ’60 – indicano un primo nucleo risalente al XIV secolo, originariamente orientato a est, come dimostra il portale d’ingresso emerso sulla parete ovest dopo la rimozione dell’intonaco.
Attualmente, l’abside è rivolto a sud, a seguito di ampliamenti successivi.
La chiesa fu danneggiata dal terremoto del 1936 e restaurata più volte, perdendo decorazioni antiche.
Oggi conserva opere d’arte significative: una pala seicentesca della Vergine col Bimbo assisa in trono tra San Pietro e Sant’Antonio, a sinistra, e San Pancrazio a destra.
La chiesa di Cristo Redentore in Bosco
Centro della comunità del Bosco, la chiesetta dedicata a Cristo Redentore sorge lungo via Filippo Corridoni. Fu edificata nel 1900 per iniziativa del parroco don Antonio Possamai, con l’aiuto della popolazione locale, desiderosa di un segno visibile della propria fede.
L’edificio, in stile neoclassico sobrio, presenta una facciata semplice con iscrizione dedicatoria, un campanile in cotto posto dietro l’abside e un interno luminoso, decorato con stucchi e cornicioni. Il presbiterio è rialzato e separato dall’aula da pareti laterali con sovrastante arco a tutto sesto. Sopra l’altare dell’abside, tra due colonne, si trova la statua del Cristo Redentore.
La chiesa conserva un ciclo pittorico del pittore locale Giancarlo Buttignol, voluto da don Antonio Giacomel, che vi celebrò per 33 anni. Otto tele raffigurano episodi cristologici, tra cui il soffitto con Sant’Antonio da Padova e Santa Maria Goretti nella gloria di Cristo, affiancati da monaci benedettini intenti nei lavori di bonifica. Degno di nota anche l’altare rivolto verso l’aula, con un elegante paliotto ligneo scolpito da Fiorenzo Calzavara su disegno di Angelo Della Libera.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il vescovo Giuseppe Zaffonato avviò l’iter per erigerla a parrocchia - dedicata a Sant’Antonio e Santa Maria Goretti –, ma il progetto non si completò. Ne resta traccia in un “libretto spese” conservato in parrocchia, che documenta anche i restauri degli anni ‘60.
L’oratorio di Sant’Antonio
Fu costruito da Rocco Ninfa tra il 1689 e il 1691 come cappella sepolcrale di famiglia. La facciata, di gusto tardo-barocco con volute laterali, è sormontata dalle statue dei Santi Pietro, Paolo e Antonio. All’interno si conserva un altare con ricco paliotto in marmi policromi attribuito a Enrico Merengo, insieme ad affreschi moderni, sculture seicentesche e a una copia della pala di Antonio Bellucci. La tomba di Rocco Ninfa († 1726) è collocata nel pavimento in terrazzo veneziano. Nei secoli l’oratorio subì diversi restauri, tra cui quello del 1992 a cura degli alpini, che riportò alla luce elementi originari. All’interno era custodita un’urna con le reliquie di San Magno, oggi conservate nella chiesa di San Benedetto.
Accanto sorgeva la chiesa della Pace, voluta dalla sig.ra Pace Basso vedova Zanin, che nel suo testamento dispose la trasformazione della villa settecentesca di famiglia in un tempio monumentale dedicato al Sacro Cuore di Gesù e ai caduti della Grande Guerra. I lavori, curati dall’INPS, iniziarono nel 1955 e si conclusero nel 1958 con la solenne benedizione. Negli anni 2000, pur mantenendo memoria della sua funzione originaria, l’edificio è stato restaurato e adattato a sede culturale polifunzionale, oggi Biblioteca comunale “Pace”.
La chiesa della Santissima Trinità
Fu costruita nel 1726 dal nobile veneziano Vincenzo Vicenzotti, come ricorda l’epigrafe sulla facciata, realizzata interamente in pietra bianca e scandita da quattro lesene che sorreggono, attraverso un’articolata trama strutturale-decorativa, la trabeazione e il timpano. L’interno, un tempo riccamente arredato con altare, banchi intagliati recanti l’arma del casato e vari oggetti sacri, custodiva anche i reliquiari dei Santi Bartolomeo, Antonio e Vincenzo. Dopo un lungo periodo di abbandono e degrado, è stata recentemente restaurata dall’attuale proprietario, che ne ha riportato alla luce l’originario splendore.
La chiesa di Sant’Elena
Voluta dal conte Tulio Carli nel 1719, fu annessa all’omonima villa come cappella sepolcrale di famiglia. Presenta una semplice facciata in stile romanico, dove campeggiava lo stemma di famiglia ora asportato. All’interno si conserva una pala d’autore ignoto con la Vergine del Rosario e il Bambino, circondati da angeli; ai piedi compaiono Sant’Elena con la Croce e Sant’Antonio con il giglio. L’opera è collocata sopra l’altare in pietra bianca con inserti in marmo policromo mentre la tomba della Familiæ Carolæ è situata nel pavimento. La cappella, un tempo riccamente decorata e sede di Messe in suffragio e rogazioni, dopo un lungo abbandono è stata recentemente restaurata.
L’oratorio di Maria Bambina
L’oratorio, voluto dal parroco don Antonio Possamai con il sostegno delle Suore di Carità e della popolazione, fu costruito nei pressi dell’asilo infantile – il primo della diocesi di Vittorio Veneto – e dedicato a Maria SS.ma Bambina. I lavori, avviati nei primi anni del ‘900, si conclusero con la solenne benedizione dell’8 settembre 1913, in occasione del XVI centenario dell’Editto di Costantino. Alla cerimonia, presieduta da mons. Andrea Carpenè, partecipò l’intera comunità con processioni, Messe solenni e festeggiamenti.
L’oratorio presenta uno stile romanico semplice e armonioso, con protiro dotato di capitelli bizantini a foglie d’acanto e decorazioni ad archetti pensili in cotto che corrono lungo il perimetro. All’interno, l’aula conduce al presbiterio sopraelevato, dove spicca il simulacro di Maria Bambina affiancato da statue policrome.
Fin dall’inizio le Suore di Carità desiderarono che l’oratorio fosse “sacramentale”, ossia autorizzato a custodire nel tabernacolo il SS.mo Sacramento, concessione ottenuta subito dal vescovo. Una lapide ricorda il fondatore don Possamai e la benefattrice contessa Marta Gradenigo Balbi Valier.
La chiesa di San Giuseppe
La chiesa di San Giuseppe, situata in via don Milani e costruita a fine Ottocento per volontà del parroco don Giuseppe Schiocchet, fu benedetta il 1° novembre 1889 e destinata a cappella cimiteriale. Presenta una sobria facciata in stile romanico e un interno ad aula unica, con abside voltata che custodisce l’altare originario in pietra con paliotto marmoreo policromo. La navata è decorata da un affresco raffigurante la Croce eucaristica, attribuito al pittore locale Vittorio Casagrande.
Durante la Prima guerra mondiale il parroco don Michele Sanzovo vi fece collocare un angelo marmoreo in memoria dei caduti, poi trasferito al monumento nella chiesa della Pace. L’altare, rimasto spoglio, fu rinnovato nel 1986 con un Cristo Risorto in bronzo donato dalla Cassa rurale. Sulla sommità si eleva un campaniletto con la data 1890, memoria della sua benedizione e dedicazione a San Giuseppe.
