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Don Gabriele ci saluta

Pubblichiamo qui il contributo, apparso sulle pagine del numero settembrino de Il tessitore, col quale don Gabriele si congeda dalla nostra unità pastorale. 

Cinque anni. Troppo?! Non lo so. Troppo poco?! Forse sì. O forse no. Forse non spetta dirlo né a me né a voi. Certo è che cinque anni son cinque anni! Tanto è durato il mio tempo tra voi e per voi, il nostro tempo insieme.

La domanda, rivoltami dal vescovo Riccardo nella primavera scorsa, di proseguire il mio ministero nell’Opitergino esige che si concluda il nostro tempo insieme. Un’esigenza a cui mi sto preparando, per un verso da alcuni mesi, per un altro da cinque anni. Già, la mia preparazione è cominciata nel settembre 2021. Non è retorica! È il modo – il modo che mi è parso migliore – col quale ho cercato di vivere il mio tempo qui. Dico ‘cercato’ perché so di esserci riuscito solo a tratti. Se, in questo lustro, ho avuto la possibilità di imbarcarmi in innumerevoli esperienze in vostra compagnia credo sia dipeso, per una buona parte, dalla scelta di star pronto a concluderle presto.

Mettiamola così: se si hanno un desiderio, un’idea o un progetto e, con essi, una quantità illimitata di tempo per realizzarli, risulta piuttosto naturale dosare le energie e gli affetti che il desiderio, l’idea o il progetto richiedono così da non eccedere nell’investimento. Ma se non si sa quanto sia il tempo disponibile allora energie e affetti si sprecheranno nel tentativo di vedere l’idea, il progetto o il sogno prendere forma.

Così è stato – o quantomeno mi piace pensare sia stato – per me, qui, nel tempo che si conclude, tra desideri, idee e progetti messi in circolo. Persone, gruppi, eventi, percorsi… Per tanti – sarebbe davvero troppo se dicessi ‘tutti’ – mi sono coinvolto, senza tenere il conto delle energie e degli affetti spesi, come se l’unico tempo datoci di condividere fosse stato quello circoscritto nel singolo, puntale attimo in cui si consumava ogni incontro.

Insisto sul tempo perché mi sembra che, fra quelle che conosco, sia la categoria maggiormente capace di esprimere ciò che ho vissuto con e per voi. Potrei avventurarmi nel riconsiderare gli spazi: quelli della vita quotidiana delle nostre comunità, andatisi via via ampliando, nelle cui trame mi sono lasciato intrecciare; quelli della scuola che, per la prima volta, mi ha visto dall’altra parte della cattedra; o, ancora, gli spazi, soprattutto montani, esplorati insieme a ragazzi e giovani, durante le estati o le vacanze natalizie. Potrei pure passare in rassegna le iniziative in cui mi sono inserito, quelle a cui ho contribuito a dare forme nuove o quelle nate dalla combinazione fra la mia fantasia e quella di tanti altri e altre. Ancora, potrei far scorrere i volti, i nomi e le storie delle persone che abitano questo territorio – quelle che contribuiscono a vivacizzare la comunità cristiana e quelle che solo di rado varcano le porte della chiesa ma apprezzano ciò che accade all’ombra del campanile, quelle che avuto l’opportunità di conoscere e dalle quali mi sono fatto conoscere e quelle che ho solamente incrociato. Potrei… Eppure, più mi cimento in questi esercizi, più m’accorgo del valore del tempo – il tempo vissuto tra spazi, iniziative e persone.

Il tempo che a un prete è dato di vivere in una comunità non è mai determinato né indeterminato. È parte del dono che ha ricevuto nell’Ordinazione. È parte della sua vocazione, la quale è e, alla prova del tempo, rimane essenzialmente mistero. Un mistero avvolto nel Mistero dell’Amore trinitario che, attraendo a sé e inviando, dando e togliendo, supera le logiche del tempo. Per questo il prete si prepara a concludere il proprio tempo in una comunità il giorno dopo averlo cominciato. Di questo esercizio, fino a cinque anni fa, avevo solo sentito parlare. È qui, da cinque anni a questa parte, che ho iniziato a metterlo in pratica. Ho solo iniziato.

Ripercorrendo il tempo passato mi balzano agli occhi e alle orecchie un’immagine e una manciata di parole.

L’immagine ritrae me e un gruppetto di giovani della nostra unità pastorale mentre celebriamo la Messa nella Busa delle meraviglie, accerchiati dalle Vette feltrine. Lasciati a valle i ritmi frenetici della vita quotidiana, lassù si ha la percezione che il tempo sia sospeso: è parte della meraviglia. In un solo scatto, tre passioni che hanno qualificato il mio tempo: il Corpo di Cristo, i giovani, la montagna.

Le parole, invece, non sono mie ma di un gigante: Gregorio di Nissa. Facendo eco alle espressioni, custodite nel Cantico dei cantici, che lo Sposo rivolge alla sua amata (cf. Ct 4,8), il padre della Chiesa scrive:

Colui che ascende non si ferma mai, va di inizio in inizio, secondo inizi che non finiscono mai.

La ricerca amorosa di Dio non conosce fine. Attraverso sempre nuovi inizi ci conduce, poco alla volta, ad ascendere come e con Lui.

Il nostro tempo insieme è stato un inizio – un grande inizio. La sua conclusione un nuovo inizio.

Buon inizio, a me e a voi!

Non più e, a un tempo, per sempre vostro,
Gabriele, don